The Story of Penella the concubine

 

 

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Dopo questo fatto, Niccolò si pose agli stipendii di Iacopo Piccinino e con lui fece tutta la guerra che Ferdinando sostenne contro il Duca d’Angiò il quale voleva ricuperare il Reame di Napoli. Finalmente nel’anno 1466 ritornò in Pitigliano richiamatovi da un orribile delitto che funestò tutta la famiglia Orsini.

Abbiamo detto che Aldobrandino, dopo la pace testè conclusa con i Senesi, era rimasto con la sola Contea di Pitigliano e Sorano e il distretto di Manciano. Questo Conte però, sebbene in età avanzata, si era dato in braccio alla lussuria; e tra le altre disonestà teneva pure in concubinaggio Penelope o Penella sua cugina, perchè figlia di Guido, suo zio; e da questa infame tresca era nato un figlio. L’ambiziosa Penelope bramava ardentemente che questo suo figlio divenisse Conte di Pitigliano; ma a tal suo desiderio era d’ostacolo la prole legittima di Aldobrandino e specialmente Lodovico primogenito. L’iniqua donna allora, sperando che la sorte della guerra l’avrebbe liberata di Niccolò secondogenito, stabilì di uccidere Lodovico e con grandi promesse sedotto un paggio, da questi lo fece avvelenare.

Tal fatto, come era naturale, sparse la desolazione nella famiglia del Conte; e tutti sul principio attribuivano questo delitto ai Senesi, perchè sebbene fosse stata di recente conclusa la pace, pure il Conte ed i Senesi si guardavano sempre di malocchio e si facevano l’un contro l’altro piccole rappresaglie. Per avvalorare quest’ apparenza si dette ancora la combinazione che in quei giorni tre cittadini senesi o per diporto o per interessi si trovavano in Pitigliano, sicchè si credette facilmente che questi fossero gli autori del delitto; ed Aldobrandino senza curarsi di verificare il fatto, li fece prendere ed immediatamente imprigionare, preparandosi nel tempo stesso a vendicarsi dei Senesi con le armi. La Reppublica di Siena dichiarava di essere ignara di questo tradimento. dicendo non avere alcuna ragione per scendere a simile viltà. Ma Aldobrandino persisteva nella sua credenza, avvalorata a tutto potere da Penelope, la quale aveva interesse a scacciare qualunque sospetto. Cominciarono dunque a muoversi i due eserciti, e già erano stati commessi non pochi danni da ambe le parti, quando intervene il Papa a sedare il tumulto; e dopo lunghe tratattive si scese ad un nuovo accordo, rimettendosi tutte le differenze allo stesso Pontefice, il quale dichiarò che il Conte Aldobrandino a titolo di compenso dei danni dovesse avere dai Senesi mille duecento ducati da pagarsi entro un anno in tre rate, e che i tre prigionieri Senesi fossero rimessi nelle mani del Papa il quale ne avrebbe giudicato. Questo lodo però non piaceva punto nè ai Senesi, nè al Conte: ed erano in procinto di ricominciare le offese, quando la giustizia di Dio, intervenendo a tempo, fece cessare tutti i malintesi e scoprire a vera autrice del misfatto. Il paggio, che per ordine di Penella o Penelope aveva avvelenato Ludovico, agitato poscia dai rimorsi e vedendosi mal corrisposto per la sua opera scellerata, fuggì da Pitigliano e a Niccolò, che trovavasi con i Piccinino, scrisse del tradimento di Penella, fornendogli in pari tempo prove non dubbie. Niccolò allora, accorse sollecitamente in patria, deciso non solo di vendicare la morte di Lodovico con quella di Penelope, ma togliere ancora il feudo al padre. In fatti temeva, e con ragione, di dividere la sorte dell’infelice fratello e sapeva inoltre che Aldobrandino amava a preferenza dei legitimi il figlio illegitimo.

Prima dunque che in famiglia fosse scoperta l’autrice del delitto, Niccolò entrò in Pitigliano. Appena giunto, uccise di propria mano l’infame Penelope. Dopo ciò, svelò al popolo tutta la trama, ed eccitandolo alla ribellione si fece proclamare Conte.

Aldobrandino, addolorato e sorpreso insime, ebbe appena il tempo di fare alzare i ponti levatoi della fortezza nella quale si ritirò e che fu prontamente attaccata dal popolo sollevato. Questa però era assai munita; e d’altra parte Niccolò non voleva spingere le cose agli estremi contro il padre, ben sapendo esser facile sollevare un popolo, ma assai malagevole pore un freno alla rivolta. Aldobrandino, non volendo sopportare la violenza del figlio, scrisse alla Signoria di Siena perchè l’aiutasse in simile pericolo, sottoponendosi a tutte le condizioni che a quella sarebbe piaciuto d’imporre. Tanto è ciecca l’ambizione di regno che ad essa si sacrificano anche i più nobili sentimenti di libertà e d’independenza. La Repubblica (e più volte già lo dicemmo) non desiderava di meglio che di occuparsi degli affari di Pitigliano, sperando a poco a poco di renderse padrona; ed è certo che se questa volta fosse stata avvisata in tempo, tutto sarebbe andato secondo le sue brame perchè i Pitiglianesi non erano pronti a difendersi, e i Senesi ancora non potevano esser tacciati d’ingiusta aggresione perchè chiamati dal legittimo Signore di Pitigliano. Niccolò peraltro, sapute le pratiche di Aldobrandino, trovò il mezzo per allontanare il pericolo che lo minacciava, e fatto sollecitamente partire un messaggero per Siena, corrupe con l’oro il capitano di quel popolo Leonardo Bentivogli, il quale tenne in tasca tre giorni la lettera, con la quale Aldobrandino richiedeva l’aiuto della Signoria di Siena. Niccolò perciò ebbe tutto il tempo di stabilirsi nel dominio e preparare le difese; ed ancora Aldobrandino, non vedendo alcuna risposta dai Senesi, venne ad un accordo con il figlio e gli cedè la Contea. Si mossero finalmente i Senesi, ma giunti sul Monte Amiata seppero che era seguito un accomodamento tra padre e figlio e che Niccolò, dopo aver munite le rocche di Pitigliano e Sorano, era uscito in campagna con un buon numero di soldatesche, e schierato in battaglia attendeva animosamente i nemici tra Valle Castagneta e Vitozza. Giudicando perciò, se non impossibile, almeno assai difficile l’impresa, tornarono indietro. Così nell’anno 1466 Niccolò divenne Conte di Pitigliano, e fu terzo di tal nome.

 

REFERENCE

Bruscalupi, Giuseppe. Monografia storica della contea di Pitigliano: opera postuma. A cura di G. C. Fabriziani. Firenze, Martini Servi, 1907. 252-55. Free online.

 

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